Canto 26 dell’Inferno: di cosa parla? Il riassunto

La Divina Commedia non ha bisogno di presentazioni: è, infatti, una delle opere più rappresentative della cultura italiana, conosciuta e amata in tutto il mondo. Scritta dal poeta fiorentino Dante Alighieri, si tratta di un poema allegorico – didascalico e universalmente considerato come una delle più grandi opere della letteratura di tutti i tempi, oltre che una delle più importanti testimonianze della civiltà medievale.

La Divina Commedia: che cos’è e chi l’ha scritta

La Divina Commedia, quindi, è un’opera letteraria scritta da Dante Aligheri in lingua volgare fiorentina. Nata semplicemente con il nome di Comedia – sarà Boccaccio ad aggiungere l’aggettivo Divina per lodare l’opera –, è stata composta tra il 1304/07 e il 1321 durante l’esilio del poeta, costretto a vivere lontano dalla sua Firenze a causa di ragioni politiche, e racconta il viaggio immaginario e simbolico di Dante – che è quindi sia autore che protagonista –  attraverso i tre mondi dell’aldilà, Inferno, Purgatorio e Paradiso.

In ognuna di queste parti, dette Cantiche e composta ciascuna da 33 canti, Dante è accompagnato da una guida e incontra una serie di personaggi famosi, storici, della sua vita o letterari, che lui ha collocato nei vari mondi in base a una serie di fattori, tra cui anche qualche piccola vendetta personale.

Il suo viaggio è guidato da tre accompagnatori, Virgilio, Beatrice e San Bernardo, oltre che un racconto fantastico simboleggia un vero e proprio viaggio spirituale dell’autore, che dalla “selva oscura” e gli orrori del peccato alla beatificazione del Paradiso.

Di cosa parla il Canto 26 dell’Inferno: riassunto e critica

Andiamo ad analizzare, nel dettaglio, il Canto 26 dell’Inferno, uno dei momenti più ricordati della Divina Commedia. In questo passaggio troviamo Dante e Virgilio che riprendono il loro faticoso cammino dopo aver affrontato la bolgia dei ladri.

Presto si trovano ad attraversare l’ottava cerchia infernale, quella in cui sono puniti i consiglieri fraudolenti: dall’alto del ponte che sovrasta la bolgia, Dante vede tante fiamme che bruciano, ognuna delle quali nasconde un peccatore, e viene particolarmente colpito dalla vista di Ulisse e Diomede.

Quando chiede a Virgilio di parlare con uno di loro, è proprio la voce di Ulisse ad uscire dalla punta più alta della sua fiamma: così il poeta lo sente raccontare che, dopo aver sostato presso la maga Circe, invece di tornare direttamente a casa non riuscì a resistere dalla voglia di esplorare il Mediterraneo occidentale fino alle colonne d’Ercole, limite del mondo conoscibile, e convinse i suoi compagni stanchi e affaticati a seguirlo, con un discorso che ne infiammò lo spirito. Un consiglio che, invece, li portò alla morte: la nave infatti affondò, e fu solo Ulisse a sopravvivere.

Oltre all’arroganza e la curiosità, è anche un’altra la colpa che condanna l’eroe greco: Ulisse si trova all’Inferno, infatti, per aver ideato la grande menzogna del cavallo di Troia, che permise la vittoria della guerra grazie a una bugia.

Da questo confronto capiamo che Dante, verso questi peccatori, prova una certa riverenza: la loro colpa infatti, e quella di Ulisse, è un un peccato di intelligenza, che va punito ma che non fa perdere all’essere umano le proprie prerogative e non lo rende simile ad una bestia senza controllo.